Psicologia
<h4><a href=”http://fabio.mine.nu/?attachment_id=102″ rel=”attachment wp-att-102″><img class=”alignnone size-full wp-image-102″ alt=”psicologo_facebook” src=”http://fabio.mine.nu/wp-content/uploads/2013/06/psicologo_facebook.jpg” width=”822″ height=”644″
/></a></h4><h4></h4><h4>PSICOLOGIA</h4><h4>La comunicazione virtuale, soprattutto quella che ci permette Facebook, espone le persone che ne fanno uso ad un transfert idealizzato.</h4><h4>Ma che cos’è un transfert?</h4><h4>Il transfert è un meccanismo con il quale la nostra mente, più o meno consciamente, sposta gli schemi di pensiero da relazioni particolarmente significative del passato, alle relazioni interpersonali attuali.</h4><h4>Nelle normali relazioni umane (tra amanti, tra maestro e discepolo, istruttore ed atleta, sacerdote e assemblea, capufficio e impiegati, ecc.) questo transfert è in uno stato di reciproca inconscietà ed altera le relazioni attuali basandosi su vecchie esperienze e condizionamenti appresi.</h4><h4>Questa spinta transferale è evidente nella comunicazione su Facebook: se si osservano i contatti soprattutto tra <i>nuovi </i>amici, appare evidente fin dall’inizio una familiarità ed una confidenza che non sarebbe mai possibile in una interazione reale: i due “nuovi” amici probabilmente senza nemmeno accorgersene (partendo, per esempio, dal commento di una semplice foto) proiettano sull’altra persona le precedenti esperienze personali.</h4><h4>L’assenza del viso dell’interlocutore, del timbro della sua voce, dell’espressività motoria e mimica, che sono tutti elementi che fanno da supporto alla comunicazione interpersonale, danno spesso luogo, all’interno di un mondo digitale come facebook, a infiltrazioni di confusi stati emozionali.</h4><h4>Se nel gruppo di amici che è in interazione vi è qualcuno che urta la nostra suscettibilità possiamo ignorarlo totalmente, o alle lunghe eliminarlo dalla nostra interazione con un semplice clic! del mouse.</h4><h4> L’interazione transferale su Facebook è incline alla idealizzazione proprio perché mancano tutta una serie di fattori che nella vita reale sono basilari per formulare un giudizio sull’altro: aspetto estetico, odore, gradevolezza o meno della voce, ecc. Tutti, nascondendosi dietro lo schermo di un computer, tendono a mostrare solo il meglio di sé, difficile infatti trovare scritto: “Guarda che sono avaro, guarda che sono violento, guarda che sono presuntuoso, ecc.”.</h4><h4>Una delle ragioni principali per cui la stragrande maggioranza degli utenti si iscrive a Facebook è proprio il tentativo, più o meno consapevole, di alleviare la propria solitudine (anche se vi sono altre ragioni). La vita frenetica dei nostri tempi, l’organizzazione di scuola, sport, lavoro ha lasciato sempre meno spazio a quell’interazione umana, piacevole e gratificante (e soprattutto importante per il nostro benessere) che fino ad un paio di generazioni passate si svolgeva nelle piazze e nei bar.</h4><h4>Un’altra delle caratteristiche di Facebook che è molto lontana dall’interazione reale è quella della maggiore disinibizione nelle manifestazioni emozionali. Ciò è dovuto molto probabilmente all’assenza dello sguardo dell’interlocutore, il che ci rende più sicuri e spavaldi.</h4><h4> <b>Su Facebook ci mostriamo ma, paradossalmente, nessuno ci guarda!</b></h4><h4></h4><h4>L’eventuale frustrazione a seguito di una non riuscita, in questa relazione, produrrà però una delusione ancora maggiore!</h4><h4>In un interessante studio sociologico sono stati divulgati i dati sulla socializzazione degli utenti registrati su Facebook.:</h4><h4>il numero medio di amici per utente è 120.</h4><h4> Ma anche quando l'utente raggiunge una lista di 500 amici esiste un ragguardevole scarto tra questo numero e l'effettiva socializzazione:</h4><h4>un uomo invia commenti a 17 amici e si intrattiene in chat o scambia e-mails con 10 di loro;</h4><h4> la donna è mediamente un po' più socievole ed invia commenti a 26 amici e chatta o scambia messaggi di posta elettronica con 16 contatti su Facebook.</h4><h4></h4><h4>L’interpretazione più plausibile di questi dati può essere riassunta con una sola parola <i>approvazione</i>, infatti, l’utente va alla ricerca delle persone che la pensino come lui per avere di conseguenza un riscontro positivo di se stesso.</h4><h4> Proprio a causa di questa continua ricerca di una immagine positiva di sé, l’utente rafforzerà inevitabilmente un rapporto sempre più dipendente dal social network, piuttosto che dalla vita Reale.</h4><h4>Un altro fenomeno che ci fa capire bene questo rapporto di facebook-dipendenza consiste nel continuo e spasmodico controllo delle <i>notifiche</i> (sono un piccolo avviso che compare, con un numero rosso, in basso a destra sulla pagina che ci avverte che qualcuno dei nostri amici ha commentato un oggetto virtuale come foto, link, video, commento, etc. su cui stiamo interagendo)</h4><h4></h4><h4> da parte dell’utente. L’assenza di un continuo aggiornamento del proprio profilo rende ansiogeni i propri amici e diffusi sono messaggi allarmati del tipo: “<i>Ma non hai aggiornato il tuo stato: che succede?</i>”.</h4><h4>Inoltre, in Facebook ogni utente ha un muro virtuale su cui sia lui, che tutti gli amici a cui ha concesso la possibilità, possono scrivere i loro commenti.</h4><h4>Ed in questo caso è ben visibile l’esistenza di una ipervalutazione delle proprie produzioni (per esempio, dei propri stati, delle proprie foto, ecc.) in parte dovuta al fatto che le cose su Facebook si scrivono e non si <i>dicono</i> (e scrivere su un computer è molto più facile che parlare a quattr’occhi) ed in parte ricollegabile proprio al fatto che l’utente sa cosa scrivere per ottenere maggiore approvazione da parte dei suoi<i> amici</i>, ed è proprio quello che scriverà.</h4><h4></h4><div style=”position: absolute; left: -99999px;”><h2>Methods to Judge the Reputation of an Online Casino Website</h2><p>Reliability is vital. 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